IL FORUM SOCIALE EUROPEO A LONDRA

 

Il FSE di Londra è stato il più difficile, complesso e “tormentato” tra le tre edizioni del Forum europeo. Delle sue complicazioni eravamo più o meno consapevoli, ma, sia per la delegazione italiana in generale, sia in particolare per noi Cobas, la strada, via via, si è rivelata più impervia del previsto.

I perché di una scelta: Londra dopo Firenze e Parigi

La prima edizione fiorentina, con il suo splendido successo e l'armonia tra gli organizzatori, ha fuorviato un po' tutti/e sul reale grado di difficoltà di processi complicati come gli attuali Forum. A Firenze avevamo spazi in abbondanza per i dibattiti, gratuiti, da parte di un'amministrazione che, in modo scaltro, si “accontentava” del successo politico come “sponsor” di un'operazione così difficile ed evitava perciò di imporre la propria presenza “ingombrante” nell'organizzazione politica e pratica della vicenda. Niente di tutto ciò si sarebbe più ripresentato. Già a Parigi l'assenza di strutture pubbliche gratuite aveva costretto a non leggeri compromessi con il PCF (il Partito comunista francese) e con le amministrazioni delle banlieues, che avevano ad esempio affittato sale di proprietà di multinazionali impelagate in varie schifezze, e fatto intervenire vigilantes privati, causa di incidenti e polemiche.

Pur ammaestrati da questa esperienza, la candidatura di Londra venne accettata, seppur tra molti dubbi, per tre motivi essenziali: 1) Londra appariva allora (e per la verità anche ora) la vera capitale del liberismo europeo e dello schieramento filo-Usa e filo-guerra; l'idea di portare il Forum nel “covo” blairiano e filo-Bush aveva lo stesso “fascino” politico di un Forum mondiale a Washington; 2) Londra veniva supportata da uno schieramento che comprendeva Globalise Resistance e la Stop the war coalition (dentro cui dominava il Socialist workers party), alcuni sindacati di categoria (dopo qualche tentennamento RMT – trasporti urbani e ferroviari -, NUT e NATHFE – scuola e università -, UNISON – pubblico impiego), e l'amministrazione di Londra del sindaco Ken Livingstone, non ancora rientrato nel partito laburista, con la sua Socialist Action), alcune ONG: un arco di forze che lasciava sperare un ampio coinvolgimento e una risoluzione dei problemi pratici a Londra, pur se si sapeva che gli spazi per i dibattiti erano privatizzati e quindi a pagamento; 3) non c'erano altre candidature tranne la Grecia che però, a causa di difficoltà interne (che permangono tuttora), accettava il “ticket” Londra 2004 – Atene 2005 (poi ora spostata alla primavera 2006).

Le principali difficoltà emerse

Avevamo sentore delle modalità autoritarie, egemoniste e piuttosto escludenti praticate in UK soprattutto dal SWP, partito trozkista dalla storia piuttosto anomala, a lungo legato ad analoghe correnti statunitensi, e con una pratica militante singolarmente simile a quella delle varie “sette” protestanti, con forte indottrinamento e carica identitaria. Non ci rendevamo ben conto quanto questa pratica avesse prodotto forte ostilità da parte di tante aree di base, strutture ”grass-root” e “rank-and-file”, aree ecologiste antagoniste, wombles e anarchici, da parte, insomma, di quella vasta galassia che pratica il conflitto in UK ma che non è mai riuscita a darsi un minimo comun denominatore di movimento a carattere nazionale.

Speravamo che l'entrata in campo di altre componenti britanniche avrebbe agevolato l'inclusione, e che, come delegazioni europee, avremmo svolto un'efficace opera di mediazione ma in realtà via via emergeva che sia il gruppo intorno a Livingstone sia i sindacati di categoria, inseritisi nel processo, avevano pratiche egemoniche, autoritarie e non includenti che non avevano niente da invidiare (anzi, a volte andavano persino oltre) a quelle del SWP: e d'altra parte pesava anche la difficoltà da parte degli “orizzontali” a contrastare tutto ciò in maniera coordinata e costante, nonostante l'aiuto che veniva loro da alcune delegazioni europee e da una parte significativa di quella italiana, Cobas in primo luogo.

Il nostro lavoro per l'integrazione tra “orizzontali” e “verticali” (divisione da prendere con le molle, perché difetti di inclusione e processi decisionali discutibili hanno circolato, seppur in maniera differenziata, trasversalmente) è stato duro e senza cedimenti, ed ha portato il Forum a vari “redde rationem”, in cui noi prevalevamo in sede europea ma poi vedevano spesso vanificato il lavoro in sede di Comitato britannico.Una parte della delegazione italiana poi (e in particolare quella che aveva buoni rapporti con il SWP, con il suo “cartello” elettorale di Respect – comprendente anche alcuni sindacati di categoria e l'ex-deputato laburista Galloway – e con le Trade Unions coinvolte) non intendeva puntare davvero i piedi, convinta che alla fine le tensioni si sarebbero smorzate.

A segnare una svolta apparentemente decisiva del processo fu un “incidente diplomatico”: la “fuoriuscita” nella lista ufficiale del FSE di un documento interno (scritto da Bernocchi, Biosa, Mecozzi, Benzi e Russo), drasticamente polemico nei confronti delle pratiche autoritarie del Comitato UK: documento che fece scandalo ma lasciò anche credere ai britannici che gli italiani fossero decisi ad affossare il Forum e li ridusse per un po' a più miti consigli. Cosicché, nell'ultima Assemblea preparatoria a Bruxelles, non fu poi difficile, grazie anche al contributo decisivo della delegazione italiana, arrivare all'unica conclusione possibile per smorzare le tensioni: e cioè l'assegnazione alle varie aree “orizzontali” degli “spazi autonomi”, luoghi di riunione autogestiti, ma pagati dal FSE e pubblicizzati nel programma ufficiale.

I tre giorni del FSE

Smorzata così, apparentemente, la tensione, la macchina organizzativa definiva, in modo un po' traumatico, plenarie e seminari, accorpati “selvaggiamente” a causa dei limitati spazi disponibili, vista la poca propensione dell'amministrazione a spendere più di tanto. Ciò malgrado, bisogna segnalare - dopo le critiche - gli aspetti positivi del FSE, alcuni dei quali addirittura in controtendenza rispetto a Parigi.

1) L'accorpamento “selvaggio” dei seminari ha costretto tante aree e organizzazioni, che a Firenze e a Parigi avevano dato luogo a troppe iniziative non comunicanti sugli stessi temi, a confrontarsi, seppur in tempi a volte soffocanti. Cosicché, il processo di coordinamento e formazione di Reti tematiche e l'avvio di “campagne” unitarie ha fatto un indubbio passo avanti ed ha sollecitato, nell'Assemblea dei movimenti sociali, un ripensamento dell'intera struttura del FSE, che privilegi l'organizzazione di Reti e “campagne” europee rispetto al dibattito fine a sé stesso o all'”esibizione” seminariale della propria “mercanzia” da parte di ogni area, organizzazione o associazione. In tal senso, come Cobas registriamo un notevole avanzamento della Rete europea per la salute, qualche buon passo avanti per la Rete-scuola e un significativo rilancio delle Reti precarietà, no-vox, “sans” ecc..

2) La concentrazione di quasi tutti i dibattiti ad Alexandra Palace ha ricreato in buona parte quell'effetto fiorentino “Fortezza da Basso” che si era perso a Parigi, nella dispersione tra quartieri e sedi molto distanti tra loro. E le 20-25 mila persone, che hanno partecipato alle attività, certamente ne hanno tratto stimoli positivi, avendo di fronte a sé 30 plenarie e 170 seminari tra cui scegliere e a cui dare il proprio contributo, con una possibilità di intervento (anche se non più di tre minuti a testa) decisamente superiore a quanto avvenuto nelle precedenti edizioni.

3) Il livello dei dibattiti, sul piano della qualità dei contributi da parte dei relatori/trici, forse non è stato superiore a quelli di Firenze e Parigi: ma è sembrato, mediamente, più asciutto, essenziale, meno diplomatico e - almeno sulle tematiche internazionali, sulla guerra, sul razzismo, sui rapporti “tra civiltà”- magari più aspro ma anche più radicale e certamente più “universale”. Non a caso, per la prima volta, due plenarie (Iraq, in primo luogo) sono state interrotte o annullate per vivaci contestazioni da parte di “comunità” non troppo disposte a dialettizzarsi con chiunque (nel caso Iraq con un rappresentante di uno dei due partiti “comunisti” iracheni, nonché esponente del sindacato maggioritario ma sospettato di collaborazionismo con il governo Allawi). E la radicalità delle posizioni anti-imperialiste e anti-Usa, la indisponibilità a mettere sullo stesso piano le responsabilità statunitensi (e degli alleati, Blair in primo luogo) e quelle dei cosiddetti “terroristi”, la difesa non solo del “diritto di resistenza” ma dei “resistenti” in Iraq e Palestina, hanno dominato quasi tutti i dibattiti di questo genere, dando oltretutto l'impressione di trovarsi in un Forum mondiale e non solo europeo.

4) Le questioni dell'istruzione e della lotta alla mercificazione della scuola hanno avuto molto più spazio che nelle precedenti edizioni. Ben 27 seminari erano stati proposti su tali argomenti: e l'accorpamento in cinque (come Cobas ne abbiamo co-organizzato quattro), pur ancora un po' dispersivo, ha dato l'idea di quanto tali temi siano avanzati nella coscienza collettiva europea. E' pur vero che il dibattito, a causa dei numerosissimi interventi, non è stato approfondito come necessario, e che non siamo riusciti a “partorire” quella mobilitazione europea, con la “scuola in piazza” in ogni paese, che avremmo voluto: ma l'obiettivo è ancora possibile e la Rete europea, che comunque si è avviata con decine di forze (tra cui sindacati importanti come NUT e NATHFE britannici, FSU, Snesup e Sud francesi, Stes-Ustec catalani, Cobas e CGIL) e che si riunirà a Parigi a dicembre, potrà segnare un passo avanti nel coordinamento della lotta contro la privatizzazione/mercificazione della scuola. Decisamente buono, per quel che ci riguarda, anche il lavoro dei seminari sulla salute, gestiti da quella Rete europea per la salute, che ha compiuto a Londra un ulteriore salto di qualità quantitativo e qualitativo; nonché quanto avvenuto nel seminario sulla precarizzazione, gestito dai Cobas e dalla Fiom, ove si sono intrecciati legami tra il lavoro precario e le altre forme di precarietà (casa, quartiere, permessi di soggiorno, “sans” e no-vox in generale), foriere di buoni sviluppi successivi.

La giornata conclusiva: il corteo e il comizio

Anche se almeno il 90% dei partecipanti al FSE non si è accorto di niente al proposito, le proteste dei “wombles” di sabato sera all'Alexandra Palace e quanto accaduto durante il corteo di domenica hanno catalizzato molte polemiche nei confronti della gestione britannica del FSE, mettendo un po'in ombra sia gli aspetti positivi prima segnalati sia le decisioni, assai importanti, prese dall'Assemblea finale di domenica mattina riguardo alle prossime mobilitazioni comuni e al processo di “autoriforma” del FSE.

Di certo, se fosse stato per il Comitato britannico, la contestazione dei “wombles” al sindaco Livingstone e alla gestione del FSE, si sarebbe risolta in scontri davanti all'Alexandra Palace. Insieme ad altre delegazioni, ci siamo opposti sia alla venuta di Livingstone sia ad ogni intervento della polizia o dei vigilantes privati, imponendo che alla protesta venisse dato spazio e legittimità: e come Cobas abbiamo discusso di tutto ciò con i wombles che attendevano fuori dall'Alexandra.

Il Comitato UK, dopo che purtroppo la polizia aveva caricato il corteo che i “wombles” avevano fatto all'esterno, finita la contestazione, non voleva intervenire (esprimendo una specie di “ben gli stà” ed denunciando la “violenza” dei contestatori, che avevano interrotto una plenaria con qualche spintone ai vigilantes): e lo ha fatto solo dopo forti pressioni dei Cobas e di una parte significatica della delegazione italiana, supportata da altre delegazioni non britanniche.

Analoga situazione si è ripresentata nel corteo di domenica, monopolizzato dall'inizio alla fine dal Comitato UK, che addirittura aveva organizzato, ad insaputa delle altre delegazioni che si attendevano una conclusione esclusivamente “musicale” (accompagnata da un “saluto” unitario politico e di “arrivederci ad Atene”), un comizio finale con 15 interventi britannici: decisione incredibile, sconcertante e senza precedenti che ha costituito un vero e proprio imbroglio, di dimensioni ragguardevoli, nei confronti di tutte le delegazioni coinvolte nel FSE.

La notizia dell'arresto di quattro manifestanti, che provenivano dagli “spazi autonomi” e volevano inserirsi nel corteo, è stato accolto con pieno disinteresse dal Comitato, che ha scaricato sugli italiani le pressioni sulla polizia per il rilascio: e il Comitato, impedendo che se ne desse notizia dal palco, ha provocato una “bagarre” sotto il palco con un nuovo intervento poliziesco e altri arresti tra i manifestanti (tra i quali Javier Ruiz, principale esponente di Indymedia a Londra, con il quale abbiamo lavorato proficuamente a Londra e nelle varie sessioni preparatorie europee, e che si era proposto per una mediazione e per un suo intervento dal palco in merito agli arresti) rilasciati solo dopo forti proteste delle delegazioni italiana e greca.

Nel complesso, comunque, la manifestazione ha portato in piazza circa 50 mila persone, meno di quanto a Londra si era visto in precedenti iniziative contro la guerra. E' pur vero che il corteo era stato presentato dal SWP, dalla Stop the war coalition, dalla CND (Campaign for Nuclear Disarmament) e dalla MAB (la rete islamica collegata al SWP), come un “loro” corteo e questo aveva indispettito e tenuto lontano altre forze non trascurabili: e va comunque tenuto conto che la mobilitazione contro la guerra negli ultimi mesi non ha raggiunto in alcun luogo i picchi “storici” dello scorso anno.

Una drastica “autoriforma” del modello FSE

Questi deprecabili episodi hanno messo un po' in ombra la critica importante e generalizzata che, soprattutto nei lavori dell'Assemblea dei movimenti sociali (il luogo ove, nei Forum, si prendono decisioni sulle mobilitazioni: e da cui, stavolta, sono partiti gli appuntamenti del 19-20 marzo contro la guerra e le politiche liberiste, quelli di novembre e dicembre sulla Palestina, quelli in difesa dei migranti ad aprile, quello contro il G8 in Scozia a luglio ecc..), è emersa nei confronti di un modello di Forum troppo improntato sull' “evento” e troppo poco sulle mobilitazioni e sulla crescita di Reti e campagne di conflitto sociale.

E a Parigi, il 18-19 dicembre, nell'Assemblea europea “straordinaria”, che è stata convocata per dare vita ad una radicale modifica del modello FSE, verificheremo se c'è davvero, oltre alla volontà di “autoriformarsi”, anche quella di garantire sempre e ovunque la massima inclusione, evitando che episodi come quelli di Londra abbiano a ripetersi mai più.

In tale direzione, noi dovremmo batterci perché:

a)le assemblee preparatorie dei Forum non servano solo (e neanche soprattutto) a discutere di plenarie e seminari, ma abbiano potere decisionale sulle iniziative e scadenze da prendere insieme, anche rompendo la separazione (che a Londra, più che mai, si è rivelata fittizia) tra FSE e Assemblea dei movimenti sociali. Appare ad esempio poco credibile che le scadenze vengano indicate anno per anno e, in corso d'opera, non si capisca bene chi e come è abilitato ad intervenire per apportare correzioni, integrazioni ecc.. Se ci riferiamo, infatti, alle decisioni prese a Londra riguardo alla mobilitazione del 19-20 marzo, è evidente che le modalità della manifestazione europea a Bruxelles contro le politiche sociali liberiste e contro la guerra, che dovrebbe coincidere con una mobilitazione dei sindacati della CES, richiederanno non solo una seria discussione ma evidentemente anche una “contrattazione” con interlocutori che dovranno dire se accettano come parola d'ordine centrale la fine della guerra e il ritiro delle truppe dall'Iraq, nonché l'opposizione concreta alle politiche sociali privatizzanti e mercificanti. Da un eventuale accordo del genere, dipenderà, ad esempio, se si avranno due cortei o uno a Bruxelles, o se quasi tutti si concentreranno sulle mobilitazioni nazionali piuttosto che recarsi a Bruxelles;

b) l'impostazione di seminari e plenarie va ricercata intorno alle “cose da fare”, alle campagne che si mettono in piedi, alle Reti tematiche che agiscono e crescono; e in questo senso va previsto nei Forum un terzo livello, addirittura da privilegiare rispetto a seminari e plenarie, quello delle “assemblee tematiche” unitarie (scuola, sanità, precariato, migranti, servizi pubblici, lavoro ecc..), da cui scaturiscano piattaforme e iniziative di lotta;

c) l'accorpamento di seminari sugli stessi temi può essere anche più massiccio che in questa edizione (in qualche modo “costringendo” tutti/e al massimo dialogo possibile) ma va lasciato molto più tempo di discussione, perché essi siano efficaci sia sul piano dell'elaborazione sia su quello delle proposte di iniziativa;

d) l'inclusione delle varie forze nei singoli paesi non può essere delegato solo alle strutture del paese organizzatore, che in genere sono proprio quelle che hanno accumulato ruggini, dissapori e contrasti con le aree e le forze che, almeno inizialmente, non partecipano al processo. Il “miracolo” Firenze è pressoché irripetibile: e le delegazioni europee devono partecipare pienamente (e vigilare senza sosta) sui vari passaggi all'interno del paese organizzatore. E questo appare addirittura decisivo in una situazione come quella greca, ove importanti aree sindacali, politiche e sociali sono fuori dal processo FSE e non necessariamente vi rimarranno, se si saprà lavorare adeguatamente. In questo senso, la proposta che abbiamo fatto come Cobas e come parte della delegazione italiana di formare fin dall'assemblea di Parigi una delegazione europea del FSE, che dialoghi con le più significative componenti greche non coinvolte nel processo FSE, ci pare una proposta da rilanciare ed attuare;

e) il passaggio da un anno ad un anno e mezzo come intervallo tra un Forum e l'altro appare giusto: e forse si potrebbe addirittura arrivare a due anni (con scadenza primaverile stabile), mantenendo però ogni tre mesi un'Assemblea preparatoria itinerante, con le caratteristiche decisionali ed operative indicate fin qui, anche come momento “pubblicitario” in paesi ancora non investiti dal processo FSE.

La Commissione internazionale della Confederazione COBAS