Il nostro giudizio positivo, ovviamente,
non esaurisce le difficoltà che pure hanno agitato questo Forum.
Un¹organizzazione non proprio allaltezza dellevento, una certa rigidità,
hanno dato vita a piccole contestazioni cui è stato dato un grande
risalto in alcuni ambienti e che Haidi Giuliani, intervistata dal nostro
giornale, definisce «tanto rumore per nulla». Nel senso che
la sostanza dell¹evento non cambia: il movimento si muove ancora
attorno alla ricerca del proprio spazio politico e, forte di questo strumento,
si attrezza a dare slancio alla propria iniziativa. Poi ci sono le contraddizioni:
ad esempio, a parlare nelle assemblee sono sempre maschi, bianchi e cinquantenni
- cosa che provoca il disagio dei giovani e delle donne; il sindacato
si impegna e non si impegna; l¹inclusione di esperienze diverse fra
loro non sempre è esemplare - e va detto che gli esponenti del
movimento italiano su questo sanno sempre dire la parola giusta, come
dimostra la gestione dell¹assemblea conclusiva. Tutto questo spinge
per unautoriforma del Forum: se ne discuterà i prossimi 18 e 19
dicembre in un¹assemblea a Parigi e, presumibilmente, anche nei vari
livelli nazionali.
Ma, appunto, la sostanza rimane immutata:
questo spazio politico, una gigantesca università popolare, è
ancora capace di farsi motore di iniziative e mobilitazioni su scala internazionale.
Particolarmente importante, dunque, è lindizione della giornata
europea del 19 marzo perché risponde a due esigenze di fondo: fare
in modo che il corso originario del movimento, la critica alla globalizzazione
capitalistica, e la sua fase successiva, il no alla guerra, si ricompongano
in un¹unica visione. Pensarsi, davvero, come movimento europeo, capace
cioè di darsi un unico appuntamento a rappresentare la convergenza
di obiettivi. Era già accaduto ad Amsterdam, nel 1997, data che
va annoverata tra i prodromi del movimento globale. Se riuscirà
ancora sarà una nuova occasione.
Davanti a questo percorso i problemi non
sono pochi, ma appunto sono davanti e non sono stati rimossi. Il primo
riguarda i rapporti con il sindacalismo europeo: si riuscirà davvero
a cucire una convergenza necessaria oppure prevarranno le divisioni? La
risposta è tutta nelle mani della Ces che su guerra e neoliberismo
non ha ancora assunto un orientamento univoco. A Londra cè stato
un forte protagonismo inglese, una significativa presenza della Cgil,
però la convergenza, come sottolineava su questo giornale Frances
OGrady, delle Unions britanniche, va ancora costruita e non può
essere unidirezionale, cioè dal movimento verso i sindacati, ma
anche in senso contrario.
In secondo luogo cè un problema
di democrazia, e di efficacia, all¹interno del movimento stesso.
L¹indizione dellassemblea di Parigi a dicembre è una presa
d¹atto di questo nodo: sono ancora poche le persone a decidere e
questo può far scattare uno scollamento, una dispersione. Allo
spazio politico disegnato dal Forum dovrebbero seguire tanti altri spazi,
tematici, locali, trasversali, centrati su campagne permanenti che permettano
alle diverse soggettività di intervenire e di decidere di più.
Infine, cè il nodo politico. Un
belleditoriale del Guardian di ieri rimprovera all¹elite politica
inglese lassenza dal forum e sottolinea come dall¹esperienza del
Fse sia possibile attendersi «l¹emersione di una genuina nuova
politica della sinistra europea». Il successo del meeting di Respect,
la presenza di forze vive della sinistra alternativa interne al Forum,
dicono che questa possibilità è tuttora pienamente inscritta
nel corso delle cose possibili. E in larga parte dipende proprio dal comportamento
di questa stessa sinistra.
Salvatore Cannavò, Liberazione