A Parigi
come a Barcellona, Roma o New York c’è una nuova scienza che analizza
strutture ed edifici. Scompone gli spazi. Si districa nei dedali e nei
crocevia delle metropoli, tracciando nuovi percorsi. Più umani. Più
sentiti. E poi propone, identifica, individua il nostro ambiente,
quello in cui viviamo. Anzi, quello in cui ci è stato dato vivere e che
può essere ripensato e riorganizzato dal basso. Perché per la
psicogeografia case e palazzi, piazze e vie non sono solo i contenitori
e le scenografie delle nostre vite, ma agenti in grado di influenzarci,
scatenare conflitti, gestire un potere invisibile che sovrasta le
persone.
"Nata verso la fine degli anni ’50", racconta la sociologa
della comunicazione Tatiana Bazzichelli, "la psicogeografia è lo studio
degli effetti dell'ambiente geografico, disposto coscientemente o meno,
sulle emozioni e sul comportamento degli individui. Attualmente questa
materia, diffusa soprattutto in Occidente, attrae principalmente gruppi
o associazioni, ma talvolta anche singoli cittadini".
La psicogeografia aggrega in modo nuovo i dati geografici di
ambienti ritenuti noti, ma solo a causa di criteri immutati da secoli.
Spesso "contro", mai scontate, le mappe mentali che scaturiscono dalla
rivisitazione dei luoghi in cui ci muoviamo ogni giorno, ridisegnate
alla luce di logiche e prospettive inedite, evidenziano elementi e
convergenze non individuabili da una analisi classica del territorio.
Si tratta delle cosiddette "derive", posti scoperti per caso, sotto la
spinta di un istinto che porta a vagare seguendo circuiti non
preordinati dai Tutto Città o dalle indicazioni dei Gps.
"A Firenze un metodo di esplorazione che abbiamo immaginato",
spiegano gli organizzatori di Cartografia Resistente
(www.cartografiaresistente.org), un laboratorio di mappature non
convenzionali per la costruzione di un atlante psicogeografico della
città e delle relazioni metropolitiche globali, "consiste nel tracciare
una linea retta sulla mappa, unendo due punti, uno di partenza e uno di
arrivo. E di muoversi cercando di rimanervi il più fedele possibile. La
logica astratta di andare da un luogo a un altro si scontra così con la
realtà stratificata del territorio e della configurazione urbana. La
città appare nella sua essenza di sistema di confini, articolazioni e
membrane. Analogamente, l’esploratore che vuole seguire la linea
incontra barriere di natura fisica, sociale e mentale. Confini tra
pubblico e privato, tra differenti proprietà, tra luoghi soggetti a
stati normativi e influenze psicologiche diverse. Per mantenersi
"fedeli alla linea" si è continuamente costretti a girare intorno agli
ostacoli, a verificarne l’accessibilità o meno, ma anche misurare la
propria disposizione e legittimazione ad accettare o a trasgredire
regole, a chiedersi chi impone tali statuti, quanto lecitamente, e se
si è interessati a metterli in questione".
Armati di cellulare, computer portatili e palmari, e supportati da un
alleato forte come è la Rete, gruppi di neo psicogeografi, ingegneri,
studenti, architetti, artisti digitali e anche semplici navigatori del
cyberspazio si muovono così sul territorio dando vita a esperimenti e
progetti in grado di unire persone e contesti diversi da un continente
all’altro.
"La psicogeografia", dice Luigi Pagliarini, professore associato del
Maersk Institute della Southern University della Danimarca e fondatore
del Pescara Electronic Artists Meeting, "recentemente ha rinnovato le
sue tecniche, multimedializzandosi e computerizzandosi, e dimostrando
di sapersi trasformare in uno dei più importanti fulcri su cui far
ruotare la percezione e la costruzione dell’essere umano moderno".
A Cambridge, nel Massachusetts, lo scorso dicembre gli artisti
interattivi dell’Art Interactive (www.artinteractive.org) hanno
invitato un gruppo di esperti psicogeografi newyorkesi. Ne è scaturito
il Glowlab Festival, un evento durato 9 settimane, che ha divertito gli
abitanti della cittadina, coinvolgendoli in esperimenti di
localizzazione che includevano l’uso di tecnologie mobili e di
Internet, ma anche delle più comuni biciclette e persino della
spazzatura. "Non importa se si è turista o abitante", dicono i tre
psicogeografi Brian House, Gesa Henselmans e Jesse Shapins, "ognuno di
noi conosce solo piccole porzioni della propria città". Per
scompigliare i percorsi abituali delle persone, il trio ha così messo
in piedi una performance dal titolo "Boston by Chance": un generatore
di percorsi random e ciascun partecipante si è ritrovato a dover
seguire spedizioni lungo itinerari sconosciuti, dei quali, forse, non
sospettava neppure l’esistenza.
Ma la nuova cartografia non si dedica solo a esplorare e scoprire la
città mimetizzata o a guardarla con altri occhi. Talvolta, infatti,
funziona come uno strumento d’indagine per evidenziare realtà già note
ma ritenute erroneamente episodiche, mettendone in rilievo
collegamenti, consequenzialità e, non ultimo, potenziale grado di
attrito e pericolosità.
Transform, per esempio, è una rete internazionale nata per iniziativa
di associazioni culturali, riviste, case editrici, collettivi di
ricerca, intellettuali, studiosi, individui provenienti da diverse
esperienze di impegno politico, sociale e culturale, diventata
internazionale nel 2002 a Porto Alegre durante il World Social Forum.
"Una mappa", spiega Massimo Paone, 37enne ingegnere elettronico, tra i
responsabili della gestione informatica di Transform! Italia
(www.transform.it), "guarda le cose sempre da due punti di vista: una
visione orizzontale, come quella che potrebbe avere un bambino che si
guarda attorno, e una visione verticale, più astratta e dominante. La
mappa è in sé un linguaggio, perché riflette l’interpretazione del
mondo di una certa epoca, consentendo all’ideologia di proiettarsi sul
territorio. Quindi, non solo la mappa non è neutrale, ma può anche
rappresentare un potente strumento di propaganda, in quanto modello
della realtà".
Transform! Italia in questo senso ha avviato un progetto che intende
fornire una mappatura puntale e precisa dei conflitti sociali esistenti
nella Capitale.
"Avvalendosi dell’aiuto dei cittadini e della tecnologia Web-GIS",
prosegue Paone, "il nostro concetto di mappa permette di sovrapporre
dati usuali come i confini amministrativi e ambientali, le aree
vincolate da piani regolatori, le infrastrutture, il patrimonio
archeologico e i beni culturali, al fine di rappresentare informazioni
e azioni dissidenti e alternative. Si tratta insomma di informazioni
ben più ricche di quelle normalmente messe a disposizione del cittadino
dalle istituzioni, fruibili con strumenti interattivi, per ripensare le
città a partire dalle funzioni che in esse coesistono".
Riappropriarsi della città, analizzare quanto si è
interiorizzato dell’ambiente circostante e riposizionarci attivamente
nello spazio che occupiamo, è uno degli scopi di RedActiva
(www.redactiva.tk), un’associazione spagnola che si dispiega tra
Barcellona e Parigi. "La prospettiva psicogeografia dell’associazione",
spiega uno dei fondatori di RedActiva, la psicologa Alejandra Pérez, "è
legata al concetto di appropriazione tattica della città. Se
consideriamo, infatti, l’alto grado di frammentazione dei piani di
sviluppo urbanistico, qualunque azione che promuova l’integrazione si
rivela tattica, sfuggendo alle catene del consumo. La soggettività non
può essere identificata dai navigatori satellitari".
Molto gradevole da visitare, il sito web interattivo del collettivo
informale di RedActiva propone percorsi alternativi, frammenti e piste
da seguire, alla ricerca dell’intimità che lega la città all’individuo.
"Le mappe prodotte dalla psicogeografia", aggiunge la sociologa urbana
Alexandra Hache, "cercano di far emergere le percezioni, le emozioni e
le idee che ciascuno di noi sviluppa nel corso della vita quotidiana.
Allo stesso modo si può parlare di geopoetica come di un modo di
tracciare delle mappe per disegnare le risorse e le emozioni
individuali, tutti elementi che plasmano i ritmi di una città e del
diritto alla città".
Una delle caratteristiche della moderna psicogeografia non è
solo quella di cercare di dare forma a pensieri e azioni degli
individui, ma è anche quella di possedere un carattere aggregante. Le
persone si uniscono, collaborano, inviano testi, foto, segnalazioni.
Dell’edificio abbandonato che cade a pezzi e la cui desolazione ci si
para di fronte ogni giorno. O dei giardini presi d’assalto
dall’incuria. Insomma della città in cui si vive e che si vorrebbe
diversa. Più nostra e democratica. In particolare la psicogeografia che
viene definita Open Source, secondo la Bazzichelli: "è un modo di
realizzare qualcosa di creativo collettivamente, con la caratteristica
di essere di pubblico dominio. L’idea è quella di aprire (open
sourcing) la città, renderla accessibile a chiunque, andare oltre i
limiti imposti dalle regole territoriali e sociali". Come fa il sito
Mappr (www.mappr.com). Che ridisegna gli Stati Uniti d’America tramite
le immagini fotografiche realizzate dagli internauti.
Conclude Pagliarini: "La psicogeografia non traccia unicamente la
collocazione spaziale, emotiva, cognitiva, intellettuale e
comportamentale, ma definisce i confini esistenziali e l’intorno
evolutivo dell’uomo d’oggi".