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Cartografia emotiva
Francesca Tarissi

 

A Parigi come a Barcellona, Roma o New York c’è una nuova scienza che analizza strutture ed edifici. Scompone gli spazi. Si districa nei dedali e nei crocevia delle metropoli, tracciando nuovi percorsi. Più umani. Più sentiti. E poi propone, identifica, individua il nostro ambiente, quello in cui viviamo. Anzi, quello in cui ci è stato dato vivere e che può essere ripensato e riorganizzato dal basso. Perché per la psicogeografia case e palazzi, piazze e vie non sono solo i contenitori e le scenografie delle nostre vite, ma agenti in grado di influenzarci, scatenare conflitti, gestire un potere invisibile che sovrasta le persone.

"Nata verso la fine degli anni ’50", racconta la sociologa della comunicazione Tatiana Bazzichelli, "la psicogeografia è lo studio degli effetti dell'ambiente geografico, disposto coscientemente o meno, sulle emozioni e sul comportamento degli individui. Attualmente questa materia, diffusa soprattutto in Occidente, attrae principalmente gruppi o associazioni, ma talvolta anche singoli cittadini".

La psicogeografia aggrega in modo nuovo i dati geografici di ambienti ritenuti noti, ma solo a causa di criteri immutati da secoli.
Spesso "contro", mai scontate, le mappe mentali che scaturiscono dalla rivisitazione dei luoghi in cui ci muoviamo ogni giorno, ridisegnate alla luce di logiche e prospettive inedite, evidenziano elementi e convergenze non individuabili da una analisi classica del territorio. Si tratta delle cosiddette "derive", posti scoperti per caso, sotto la spinta di un istinto che porta a vagare seguendo circuiti non preordinati dai Tutto Città o dalle indicazioni dei Gps.

"A Firenze un metodo di esplorazione che abbiamo immaginato", spiegano gli organizzatori di Cartografia Resistente (www.cartografiaresistente.org), un laboratorio di mappature non convenzionali per la costruzione di un atlante psicogeografico della città e delle relazioni metropolitiche globali, "consiste nel tracciare una linea retta sulla mappa, unendo due punti, uno di partenza e uno di arrivo. E di muoversi cercando di rimanervi il più fedele possibile. La logica astratta di andare da un luogo a un altro si scontra così con la realtà stratificata del territorio e della configurazione urbana. La città appare nella sua essenza di sistema di confini, articolazioni e membrane. Analogamente, l’esploratore che vuole seguire la linea incontra barriere di natura fisica, sociale e mentale. Confini tra pubblico e privato, tra differenti proprietà, tra luoghi soggetti a stati normativi e influenze psicologiche diverse. Per mantenersi "fedeli alla linea" si è continuamente costretti a girare intorno agli ostacoli, a verificarne l’accessibilità o meno, ma anche misurare la propria disposizione e legittimazione ad accettare o a trasgredire regole, a chiedersi chi impone tali statuti, quanto lecitamente, e se si è interessati a metterli in questione".

Armati di cellulare, computer portatili e palmari, e supportati da un alleato forte come è la Rete, gruppi di neo psicogeografi, ingegneri, studenti, architetti, artisti digitali e anche semplici navigatori del cyberspazio si muovono così sul territorio dando vita a esperimenti e progetti in grado di unire persone e contesti diversi da un continente all’altro.
"La psicogeografia", dice Luigi Pagliarini, professore associato del Maersk Institute della Southern University della Danimarca e fondatore del Pescara Electronic Artists Meeting, "recentemente ha rinnovato le sue tecniche, multimedializzandosi e computerizzandosi, e dimostrando di sapersi trasformare in uno dei più importanti fulcri su cui far ruotare la percezione e la costruzione dell’essere umano moderno".

A Cambridge, nel Massachusetts, lo scorso dicembre gli artisti interattivi dell’Art Interactive (www.artinteractive.org) hanno invitato un gruppo di esperti psicogeografi newyorkesi. Ne è scaturito il Glowlab Festival, un evento durato 9 settimane, che ha divertito gli abitanti della cittadina, coinvolgendoli in esperimenti di localizzazione che includevano l’uso di tecnologie mobili e di Internet, ma anche delle più comuni biciclette e persino della spazzatura. "Non importa se si è turista o abitante", dicono i tre psicogeografi Brian House, Gesa Henselmans e Jesse Shapins, "ognuno di noi conosce solo piccole porzioni della propria città". Per scompigliare i percorsi abituali delle persone, il trio ha così messo in piedi una performance dal titolo "Boston by Chance": un generatore di percorsi random e ciascun partecipante si è ritrovato a dover seguire spedizioni lungo itinerari sconosciuti, dei quali, forse, non sospettava neppure l’esistenza.
Ma la nuova cartografia non si dedica solo a esplorare e scoprire la città mimetizzata o a guardarla con altri occhi. Talvolta, infatti, funziona come uno strumento d’indagine per evidenziare realtà già note ma ritenute erroneamente episodiche, mettendone in rilievo collegamenti, consequenzialità e, non ultimo, potenziale grado di attrito e pericolosità.
Transform, per esempio, è una rete internazionale nata per iniziativa di associazioni culturali, riviste, case editrici, collettivi di ricerca, intellettuali, studiosi, individui provenienti da diverse esperienze di impegno politico, sociale e culturale, diventata internazionale nel 2002 a Porto Alegre durante il World Social Forum.
"Una mappa", spiega Massimo Paone, 37enne ingegnere elettronico, tra i responsabili della gestione informatica di Transform! Italia (www.transform.it), "guarda le cose sempre da due punti di vista: una visione orizzontale, come quella che potrebbe avere un bambino che si guarda attorno, e una visione verticale, più astratta e dominante. La mappa è in sé un linguaggio, perché riflette l’interpretazione del mondo di una certa epoca, consentendo all’ideologia di proiettarsi sul territorio. Quindi, non solo la mappa non è neutrale, ma può anche rappresentare un potente strumento di propaganda, in quanto modello della realtà".
Transform! Italia in questo senso ha avviato un progetto che intende fornire una mappatura puntale e precisa dei conflitti sociali esistenti nella Capitale.
"Avvalendosi dell’aiuto dei cittadini e della tecnologia Web-GIS", prosegue Paone, "il nostro concetto di mappa permette di sovrapporre dati usuali come i confini amministrativi e ambientali, le aree vincolate da piani regolatori, le infrastrutture, il patrimonio archeologico e i beni culturali, al fine di rappresentare informazioni e azioni dissidenti e alternative. Si tratta insomma di informazioni ben più ricche di quelle normalmente messe a disposizione del cittadino dalle istituzioni, fruibili con strumenti interattivi, per ripensare le città a partire dalle funzioni che in esse coesistono".

Riappropriarsi della città, analizzare quanto si è interiorizzato dell’ambiente circostante e riposizionarci attivamente nello spazio che occupiamo, è uno degli scopi di RedActiva (www.redactiva.tk), un’associazione spagnola che si dispiega tra Barcellona e Parigi. "La prospettiva psicogeografia dell’associazione", spiega uno dei fondatori di RedActiva, la psicologa Alejandra Pérez, "è legata al concetto di appropriazione tattica della città. Se consideriamo, infatti, l’alto grado di frammentazione dei piani di sviluppo urbanistico, qualunque azione che promuova l’integrazione si rivela tattica, sfuggendo alle catene del consumo. La soggettività non può essere identificata dai navigatori satellitari".
Molto gradevole da visitare, il sito web interattivo del collettivo informale di RedActiva propone percorsi alternativi, frammenti e piste da seguire, alla ricerca dell’intimità che lega la città all’individuo.
"Le mappe prodotte dalla psicogeografia", aggiunge la sociologa urbana Alexandra Hache, "cercano di far emergere le percezioni, le emozioni e le idee che ciascuno di noi sviluppa nel corso della vita quotidiana. Allo stesso modo si può parlare di geopoetica come di un modo di tracciare delle mappe per disegnare le risorse e le emozioni individuali, tutti elementi che plasmano i ritmi di una città e del diritto alla città".

Una delle caratteristiche della moderna psicogeografia non è solo quella di cercare di dare forma a pensieri e azioni degli individui, ma è anche quella di possedere un carattere aggregante. Le persone si uniscono, collaborano, inviano testi, foto, segnalazioni. Dell’edificio abbandonato che cade a pezzi e la cui desolazione ci si para di fronte ogni giorno. O dei giardini presi d’assalto dall’incuria. Insomma della città in cui si vive e che si vorrebbe diversa. Più nostra e democratica. In particolare la psicogeografia che viene definita Open Source, secondo la Bazzichelli: "è un modo di realizzare qualcosa di creativo collettivamente, con la caratteristica di essere di pubblico dominio. L’idea è quella di aprire (open sourcing) la città, renderla accessibile a chiunque, andare oltre i limiti imposti dalle regole territoriali e sociali". Come fa il sito Mappr (www.mappr.com). Che ridisegna gli Stati Uniti d’America tramite le immagini fotografiche realizzate dagli internauti.
Conclude Pagliarini: "La psicogeografia non traccia unicamente la collocazione spaziale, emotiva, cognitiva, intellettuale e comportamentale, ma definisce i confini esistenziali e l’intorno evolutivo dell’uomo d’oggi".