Praticare l’etnografia militante all’interno dei movimenti
contro la globalizzazione corporativa


Jeff Juris


Questo scritto esplora l’etnografia militante come metodo di ricerca e prassi politica basata sulla mia esperienza di attivista e ricercatore tra i movimenti di antiglobalizzazione corporativa di Barcellona. Qual è la relazione tra etnografia e azione politica? Come possiamo rendere il nostro lavoro rilevante per coloro con i quali studiamo? L’etnografia militante è una forma, impegnata politicamente e collaborativa, di osservazione portata avanti dall’interno piuttosto che dall’esterno dei movimenti radicali. Le prospettive oggettiviste tradizionali non riescono ad afferrare la logica concreta della pratica attivista, causando resoconti inadeguati e modelli teorici che poco aiutano gli attivisti stessi. Allo stesso tempo, la figura classica dell’intellettuale è sempre più minacciata poiché gli attivisti contemporanei producono e divulgano le loro analisi attraverso reti di comunicazione globale in tempo reale.

L’etnografia militante rompe la distinzione tra osservatore/intellettuale e attivista/praticante. Organizzando proteste e riunioni, facilitando i meeting, partecipando a dibattiti strategici e tattici, e mettendosi in prima linea durante azioni dirette di massa, gli etnografi militanti riescono a capire meglio le complesse dinamiche dei movimenti rimanendo, comunque, soggetti di politica attivi. Piuttosto che generare direttive politiche radicali, la conoscenza etnografica, prodotta collaborativamente, mira a facilitare l’(auto)riflessione degli attivisti sugli obiettivi,le tattiche, le strategie del movimento e le forme organizzative. Allo stesso tempo, c’è spesso una forte contraddizione tra il momento di ricerca e il momento di scrittura accademica, pubblicazione e distribuzione, che include differenti sistemi di premi ed incentivi. Certo, la logica di rete orizzontale, associata con i movimenti antiglobalizzazione corporativa, rappresenta una sfida seria alla logica istituzionale dell’accademia stessa. Gli etnografi militanti devono costantemente negoziare tali dilemmi, mentre si muovono avanti e indietro tra i differenti luoghi di scrittura, insegnamento e ricerca.

Afferrare la logica della pratica attivista

La pratica dell’etnografia militante indirizza ciò che Loic Wacquant nella sua discussione della sociologia riflessiva di Bourdieu (Bourdieu e Wacquant 1992:39), chiama “inclinazione intellettuale”, o il modo in cui la nostra posizione di osservatori esterni “ci istiga a costruire il mondo come uno spettacolo, come un insieme di significati da interpretare piuttosto che problemi concreti da risolvere praticamente”. La tendenza a posizionarsi ad una certa distanza e a trattare la vita sociale come oggetto da decodificare, piuttosto che entrare nel flusso e nel ritmo dell’interazione sociale, intralcia la capacità di capire la pratica sociale, come Bourdieu (1977) suggerisce:
la relazione particolare dell’antropologo con l’oggetto del suo studio, contiene una distorsione teorica in quanto la sua situazione di osservatore, escluso dal gioco reale delle attività sociali poiché egli non ha spazio….lo porta ad una rappresentazione ermeneutica delle pratiche (1; citato in Paley 2001:18).

Per afferrare la logica concreta che genera pratiche specifiche i ricercatori devono diventare partecipanti attivi. Con tutto il rispetto per i movimenti sociali, ciò vuol dire precisamente diventare attivisti impegnati: aiutare ad organizzare azioni e workshops, facilitare gli incontri, avere un peso nei dibattiti strategici e tattici , sostenere posizioni politiche e mettersi in prima linea durante le azioni dirette di massa. Avere semplicemente il ruolo di “attivisti circostanziali” (Marcus 1995) non è sufficiente; bisogna costruire rapporti a lungo termine di impegno e fiducia reciproci, entrare nelle complesse relazioni di potere e vivere le emozioni associate con l’organizzare azioni dirette e il far parte del network transnazionale.

Il tipo di pratica etnografica non solo permette ai ricercatori di rimanere attivi soggetti politici, ma genera anche analisi più profonde. Nel suo studio sulla violenza giornaliera nella baraccopoli del Brasile nord-orientale, per esempio, Nancy Scheper-Hughes descrive come fu persuasa dai suoi informatori Bahian ad entrare nell’organizzazione politica:
Più i miei compagni, gentilmente ma fermamente, mi spingevano fuori dal mondo “privato” delle misere capanne della baraccopoli dove mi sentivo a mio agio, e verso il mondo “pubblico” del Municipio di Bom Jesus da Mata, nel mercato, nell’ufficio del sindaco e nelle stanze del giudice, nella stazione di polizia, nell’obitorio pubblico, nelle fabbriche e ai meeting dell’unione rurale, più la mia comprensione della comunità si arricchiva ed i miei orizzonti teorici si espandevano (1995:411).

Scheper-Hughes definisce tale ricerca, politicamente impegnata e basata sull’etica, come “antropologia militante”, che include lo stile impegnato ed attivo della pratica etnografica qui sottolineato. Allo stesso tempo, il suo seguente appello per un’”antropologia del barefooting”, si avvicina al paternalismo, mentre la sua enfasi sulla “testimonianza” differisce dal tipo di lotta attiva intrapresa con le donne di Bom Jesus, di cui vi è la cronaca nel paragrafo precedente.
Io mi riferisco quindi alla ricerca etnologica, che sia politicamente impegnata e di natura collaborativa, come ad “etnografia militante”, che riconosce l’impronta di Sceper-Hughes, ed allo stesso tempo la distingue dalla sua differente concezione. Inoltre, l’ampia enfasi sull’etnografia va oltre il regno esclusivo dell’antropologia.
Oltre la dimensione puramente cognitiva, l’etnografia militante produce anche realizzazione pratica e comprensione delle emozioni. Come può dichiarare chi ha partecipato ad azioni dirette di massa, questi eventi generano livelli estremamente alti di energia emotiva, coinvolgendo sensazioni alternate di tensione, ansia, paura, terrore, solidarietà, aspettative e celebrazioni collettive e gioia.
Tali dinamiche emotive non sono accidentali; esse sono centrali a processi di costruzione di movimenti e di network da parte degli attivisti. In questo senso l’etnografo diventa uno strumento di ricerca (cf. Parr 2001). Certo, come disse una volta Margaret Meade, “nelle questioni di ethos, lo strumento più sicuro e perfetto per la comprensione è la nostra risposta emotiva, di cui possiamo un uso disciplinato (citato in Jacknis 1988:172)”.

Una storia dal Campo

La mia ricerca esplora la logica culturale e la politica dei network transnazionali tra gli attivisti anti- globalizzazione corporativa, con base a Barcellona. Sono interessato a come i network transnazionali come People Global Action o il World Social Forum sono costruiti, e a come gli attivisti generano energia emotiva, mentre rappresentano fisicamente network alternativi attraverso prassi politiche durante le azioni dirette di massa. Attraverso l’etnografia militante, spero di far luce sui processi concreti con i quali gli attivisti possono costruire dei network più efficaci e sostenibili. Il mio progetto specifico, quindi, includeva l’osservazione a lungo termine del gruppo di lavoro internazionale del Movimento per la Resistenza Globale (MRG) con base a Barcellona, un ampio network che coinvolgeva squatters, supporto degli attivisti zapatisti, campagne anti-debiti, ecologisti radicali ed altri gruppi. Tra giugno 2001 e settembre 2002, ho partecipato attivamentead azioni di pianificazione e di coordinamento delle mobilitazioni di Barcellona, Genova, Bruxel, Madrid e Siviglia, mentre, in precedenza, avevo preso parte ad azioni di massa a Seattle, Los Angeles e Praga. Inoltre, poiché l’MRG era l’organismo europeo che convocava il PGA e molti attivisti erano attivamente coinvolti nel processo del Social Forum, riuscii a dare il mio aiuto nell’organizzazione del PGA e degli incontri del WSF di Barcellona, Leiden e Porto Alegre.

Un esempio concreto preso dai mie appunti può far luce sul significato e la pratica dell’etnografia militante. Alla fine di una marcia del 1° luglio contro la brutalità della polizia di Barcellona, un attivista di Milano appartenente all’Italian White Overalls, prese il microfono e annunciò l’apertura del summit G8. Dopo aver descritto il Social Forum di Genova ed il patto stipulato con la città, egli invitò gli attivisti spagnoli e catalani a fare un viaggio, esclamando, nello spirito del musicista ed anti-global Manu Chao: “Prossima fermata: Genova!”. Dieci giorni più tardi, insieme a due americani, un israeliano, 7 catalani, discutevo sulla strategia di evasione dalla polizia, su un treno regionale sul quale eravamo saltati nel sud della Francia. Come entrammo a Genova, vedemmo le pattuglie della polizia italiana. Nonostante non avessimo fatto niente di male, i nostri cuori cominciarono a battere all’impazzata, non appena scendemmo dal treno. La paranoia di essere sotto costante sorveglianza ci rimase addosso per tutta la nostra sosta in Italia.
I primi giorni dormimmo in un centro sociale occupato, tra le colline della periferia della città. Lì incontrammo molti attivisti ispirati al PGA. Un famoso attivista per la solidarietà e squatter tedesco, Ricardo, fu tra i primi internazionali ad arrivare. Egli era frustrato per le difficoltà incontrate nel coordinare il Social Forum di Genova, il corpo principale per la pianificazione delle proteste di Genova. Egli era estremamente entusiasta di trovare in noi un supporto per la costruzione di un forte contingente radicale “internazionale”.
L’aspetto più preoccupante per Riccardo era il fatto che il GSF non aveva creato canali di comunicazione con gli anarchici militanti, a causa della rigida istanza di “non violenza” del Forum. Le forze politiche dominanti nel GSF, i White Overall, le NGOs, l’ATTAC, l’unione radicale di lavoratori e Rifondazione, il partito comunista rinnovato, avevano autonome prospettive Marxiste, socialiste e socialdemocratiche e credevano in tattiche rigorosamente non violente. D’altra parte, l’ethos politico dei network come il PGA e il MRG è ampiamente anarchico, almeno nel senso di network orizzontale e per quanto riguarda il coordinamento dei diversi gruppi autonomi. La logica di rete tiene presente il problema della violenza contro la non violenza, in cui prevale una posizione di “diversità di tattiche”. Per gli anti-capitalisti radicali come Ricardo, anche per quelli che non sceglierebbero mai tattiche violente, l’importante è stabilire il dialogo e il coordinamento tra tutti i gruppi, senza badare alle tattiche da essi scelte. La rigida posizione di non violenza del GSF, insieme alla sua riluttanza a comunicare con i gruppi esterni alle loro linee di azione diretta, fu percepita come ostacolo maggiore da superare tramite la mediazione degli internazionali radicali.

Durante l’ultima settimana, diventai profondamente preso dalla discussione, dai dibattiti e dalle negoziazioni che portarono, in ultimo, alla creazione dei contingenti Pink e Pink & Silver, tenendo sempre conto delle precedenti esperienze di Praga, durante i giorni cruciali dell’azione.
Non solo avevamo bisogno di creare consenso riguardo alla saggezza di unirsi agli squatters più radicali, sia che l’autodifesa costituisse una risposta accettabile alla provocazione della polizia, sia che la protesta fosse il percorso da seguire, ma dovevamo anche negoziare con il GSF e altri network internazionali, per ricavare uno spazio sufficiente per la nostra azione all’interno di un terreno urbano sempre più affollato e caratterizzato da diverse forme tattiche, come i bianchi globali, il blocco nero, il blocco rosa festivo e la tradizionale disobbedienza civile ghandista.
Non vi è sufficiente tempo per un resoconto etnografico dettagliato del terrore che emerse in seguito a Genova (vedi Juris 2004). Piuttosto, vorrei sottolineare che solo diventando profondamente coinvolto nei processi di pianificazione di azioni dirette, che, a volte, voleva dire posizionarmi al centro di dibattiti estremamente intensi e qualche volta portati sul piano personale, che ho potuto apprezzare completamente la complessità e la logica della pianificazione delle azioni dirette e la paura, la passione e l’euforia che sempre l’accompagnano. Inoltre fu solo grazie alla partecipazione impegnata che cominciai a rendermi conto di come, attraverso forme di azione diretta, i diversi network attivisti esprimono fisicamente le loro visioni ed identità politiche contrastanti. I dibattiti tattici riguardavano, quindi, molto più che il coordinamento logistico; essi incarnavano le più ampie politiche culturali, così importanti per il collegamento di network attivisti e per la costruzione di movimenti. Imparare a trovare, con successo, accordi tra i differenti piani tattici, ci servirebbe per costruire reti più sostenibili.

Allo stesso tempo, l’opprimente campagna di terrore sguinzagliata dallo stato italiano, evidenzia alcuni limiti potenziali della logica della “diversità delle tattiche”. Se, invece di dividere e conquistare, lo stato perseguisse una strategia indiscriminata di repressione fisica, sarebbe impossibile dividere, in modo non rischioso, il terreno urbano. In contesti particolari, come le proteste del RNC a New York, per esempio, avrebbe senso dissuadere gli altri attivisti dall’usare stili e tattiche del blocco militante nero. Comunque, condanne alla violenza delle proteste, inclusa quella, che ebbe grande diffusione, di Susan Gorge, dopo i fatti di Gothemburg e di Genova, non hanno totale possibilità di produrre gli effetti desiderati, in gran parte perché essi violano la logica di base dei network nel cuore dei contemporanei movimenti anti-globaizzazione corporativa.
E’ solo con il dialogo e la critica basati sulla solidarietà ed il rispetto, che tali problemi contenziosi si possono risolvere. Al suo meglio, l’etnografia militante può così procurare un meccanismo per far luce sulle logiche e le politiche dei network contemporanei, e, nel contempo, intervenire efficientemente nei dibattiti attivisti.

Specificando l’etnografia militante

Se il metodo etnografico, guidato da impegno politico e da una teoria di pratica, rompe la distinzione tra ricercatore e attivista nel momento della ricerca sul campo, lo stesso non si può dire per il momento di scrittura e distribuzione. Bisogna confrontare diversi sistemi di standard, giudizi, selezioni e criteri stilistici, come suggerisce Paul Routledge (1996):

Quando si tratta di resistenza di ricerca, vi è stato ciò che de Certeau (1984:24,25) definisce un buco tra il tempo di solidarietà e il tempo di scrittura. Il primo è caratterizzato da docilità e gratitudine nei confronti del proprio oste, il secondo rivela le affiliazioni istituzionali ed il profitto intellettuale, professionale e finanziario per i quali quest’ospitalità è oggettivamente un mezzo (402).

Un breve aneddoto dalla mia esperienza illustra alcuni traguardi. Nel gennaio 2004, alcuni dei miei ex colleghi del MRG, organizzarono una conferenza a Barcellona per esplorare la teoria e la pratica di ciò che loro chiamavano “ricerca attivista”. L’idea era di creare uno spazio aperto per la riflessione e il dibattito tra coloro che conducevano delle ricerche dall’interno e per i movimenti sociali, progetti autonomi di politica ed altri interni all’accademia. Durante una sessione, un attivista britannico attaccò duramente gli accademici che studiavano i movimenti dal di fuori. Si calmò quando gli spiegammo che usavamo metodi impegnati, ma rimase scettico sull’uso della ricerca, affermando “Voi tornate all’università e usate le conoscenze prodotte collettivamente per guadagnare la vostra laurea ed aumentare il vostro prestigio accademico. Cosa ne viene al resto di noi?”
Per l’etnografo militante la questione non è tanto la conoscenza prodotta, che è sempre impegnata nella pratica e collaborativa, quanto come essa si presenta, per quale pubblico è, dove è distribuita. Questi problemi vanno al cuore delle logiche culturali e forme politiche alternative, basate sul network, che gli attivisti anti-globalizzazione corporativa più radicali stanno mettendo in pratica. Indirizzarsi a loro non solo risponde alla responsabilità etica verso i propri informatori, colleghi, amici; ma fa anche luce sulla natura degli stessi movimenti contemporanei.
Parte della questione ha a che fare con il modo in cui noi interpretiamo la figura dell’intellettuale. Barker e Cox (2002) hanno recentemente esplorato le differenze tra le teorie accademiche e dei movimenti. Questi autori presentano una critica di teorie oggettiviste tradizionali sui movimenti, più che di quelle per i movimenti, spiegando, in parte, le differenze, in termini di distinzione tra intellettuale “accademico” e “del movimento”, che corrisponde alle varietà “tradizionale” e “organico” di Gramsci: il primo opera secondo gli interessi della classe dominante, il secondo emerge da gruppi subordinati e lavora nel loro interesse. Non solo questa distinzione si trasforma in pratica, come riconosce l’autore, ma, mi sembra, la relazione tra attivisti ed intellettuali all’interno dei movimenti anti-global è più complessa. Certamente, quando quasi tutti sono impegnati nella teorizzazione, nell’auto-pubblicazione, e nella distribuzione istantanea tramite i network globali, la funzione tradizionale dell’intellettuale organico – di provvedere analisi strategiche e direzioni politiche – è minata. In questo senso, l’etnografia militante non offre direttive programmatiche su quello che gli attivisti dovrebbero o non dovrebbero fare. Invece, provvedendo ad analisi, criticamente impegnate e teoricamente informate, generate attraverso la pratica collettiva, l’etnografia militante può fornire gli strumenti di (auto)riflessione e di capacità di prendere decisioni, per gli attivisti, pur rimanendo rilevante per un più numeroso pubblico di accademici.

Gli antropologi hanno recentemente proposto strategie specifiche per rendere l’etnografia più utile gli attivisti, che possono essere incorporati in una più ampia prassi per l’etnografia militante. Lavorare con l’attivista di azione diretta, con base negli US, per esempio, David Graeber (2004) nota il ruolo difficile del tradizionale intellettuale d’avanguardia e considera l’etnografia come alternativa potenziale, che significherebbe “irritare la logica e i principi taciti, sottolineando certe forme di pratica radicale e non solo offrendo l’analisi a quelle comunità, ma usandola per formulare nuove prospettive (335)”. Così l’etnografia diviene strumento per una riflessione collettiva sulla pratica attivista e le immagini utopistiche emergenti.
Julia Paley (2001) mette in atto un altro tipo di etnografia critica, lavorando con i gruppi di comunità urbane in Cile, per analizzare le relazioni di potere e i processi politici che danno forma e restringono le loro opzioni strategiche in particolari momenti storici. In questo modo, l’etnografia diviene uno strumento per l’analisi collettiva del mondo esterno. In ultimo, nei suoi studi su sesso, razza, religione e movimenti afro-brasiliani, John Burdick (1998) suggerisce che l’etnografia può aiutare i movimenti a rappresentarsi per acquisire eterogeneità sociale e culturaletra le circoscrizioni mobilitate e quelle non mobilitate. L’etnografia militante può quindi aiutare gli attivisti a portare avanti le loro proprie ricerche etnografiche.

Per Burdick ciò significa aiutare i movimenti a raggiungere un pubblico più vasto, ma anche lavorare con gli attivisti per aiutarli ad analizzare differenti settori dei movimenti, a capire il loro modo di operare, i loro obiettivi e le loro prospettive, e come possono lavorare insieme in modo più efficiente. Nel mio caso, ad esempio, ho passato ore a parlare con i colleghi del MRG dei diversi settori del movimento di Barcellona e di altri paesi e di come essi potrebbero essere coordinati attraverso una struttura flessibile e decentralizzata. Abbiamo avuto simili discussioni sui processi dei network regionali e globali. In questo senso, la realizzazione di network di attivisti transnazionali già comprende una forma di etnografia militante, mentre l’etnografia militante tra i movimenti regionali/globali richiede, necessariamente, la pratica del network transnazionale.
In breve, l’etnografia militante comprende almeno tre metodi correlati: 1) riflessione collettiva e comprensione di pratiche, logiche e modelli culturali e politici emergenti dei movimenti; 2) analisi collettiva di ampi processi sociali e di relazioni di potere che hanno effetti sulle decisioni tattiche e strategiche.; e 3)riflessione etnografica collettiva sui network dei diversi movimenti, su come essi interagiscono, su come possono entrare in rapporti con più ampie circoscrizioni. Ognuno di questi livelli necessita una ricerca impegnata, pratica e coinvolta politicamente, da portare avanti in collaborazione orizzontale con i movimenti sociali. I resoconti che ne vengono devono includere particolari interpretazioni di eventi prodotti con mezzi pratici e teorici, a disposizione dell’etnografo, e devono essere offerti ad attivisti, studenti e altri per ulteriori riflessioni e dibattiti.

Conclusione: la politica della posizione

La domanda, su qual è il miglior contesto per praticare l’etnografia militante e su come distribuire i suoi risultati, resta. Un posto ovvio è l’accademia che, nonostante le influenze sempre maggiori che delle corporazioni e nonostante le restrizioni istituzionali, continua ad offrire un luogo cruciale per discussioni, insegnamenti e dibattiti collettivi. Certo, come suggerisce Scheper-Hughes (1995), quelli di noi che lavorano all’interno dell’accademia, possono usare la scrittura e la pubblicazione accademica come forma di resistenza, lavorando all’interno di un sistema per creare resoconti politici alternativi. Inoltre, come fa notare Routledge (1996:400), non vi sono luoghi “puri” o “autentici”, poiché l’accademia e l’attivismo “costituiscono campi fluidi di azione sociale, intrecciati con altri spazi di attività”. Routledge suggerisce un “terzo spazio”, “dove non vi è preponderanza di luogo, ruolo e rappresentanza, ma dove l’uno sovverte in continuazione l’altro”. L’alternativa più utopistica è suggerita dalla nascita di network multipli di collettivi di ricerca autonoma e di progetti universitari, inclusa la conferenza sulla “ricerca attivista” sopra citata. Nel mio caso, esaminando le logiche culturali, le attività di network ed immagini utopistiche all’interno dei movimenti anti-globalizzazione corporativa, spero di contribuire sia alla sfera accademica, sia a quella attivista attraverso l’esplorazione, come la mette il Colectivo Situactiones argentino, “le idee emergenti di una nuova socialità all’interno di pratiche concrete” (2001:39).

Bibliografia

Barker, Colin and Laurence Cox. 2002. “What Have the Romans Ever Done For Us?” Academic and Activist Forms of Movement Theorizing. Retrieved from on August 13, 2004.

Bourdieu, Pierre. 1977. Outline of a Theory of Practice. Cambridge: Cambridge University Press.

Bourdieu, Pierre and Loic J.D. Wacquant. 1992. An Invitation to Reflexive Sociology. Chicago: University of Chicago Press.

Burdick, John. Blessed Anastacia. New York: Routledge.

Colectivo Situaciones. 2001. Por una politica mas alla de la politica. Contrapoder, Toni Negri et al, eds. Buenos Aires: Ediciones de mano en mano.

De Certeau, Michel. 1984. The Practice of Everyday Life. Berkeley: University of California Press.

Graeber, David. 2004. The Twilight of Vanguardism. Challenging Empires, edited by Jai Sen et al. New Delhi: The Viveka Foundation.

Jacknis, Ira. 1988. Margaret Mead and Gregory Bateson in Bali. Cultural Anthropology 3(2).

Juris, Jeffrey S. 2004. Digital Age Activism: Anti-Corporate Globalization and the Cultural Politics of Transnational Networking. Unpublished Ph.D. Dissertation in the Department of Anthropology at the University of California, Berkeley.

Marcus, George E. 1995 Ethnography In/Of The World System. Annual Review of
Anthropology 24: 95-117.

Paley, Julia. 2001. Marketing Democracy. Berkeley: University of California Press.
Parr, Hestor. 2001. Feeling, Reading, and Making Bodies in Space. The Geographical Review 91(1-2): 158-167.

Routledge, Paul. 1996. Critical Geopolitics and Terrains of Resistance. Political Geography 15(6/7): 509-531.

Scheper-Hughes, Nancy. 1995. The Primacy of the Ethical. Current Anthropology 36(3): 409- 420.